Locri: memorie e voci dal passato |
“Triangolo di luna,triangolo di cima,
populu di mari 'nchiana allu cianu,
lu re sedutu supra na petra
gurda lu mari di la muntagna..
quanti misteri ancora sutta li petri..
e poi a notte fonda è piano di ciano:
Lestrigoni! ballare!
Tarantella di lu suli, di la notti,di la luna, di lu re turnatu 'ncastedatu, abballati,abballati, son finiti,non criditi, sunnu cosi 'e meravigghia chisti petri.. 'ncastedati!”
(Mimmo Cavallaro, “Cianu”)
Locri non dimentica il suo passato di città magnogreca, di autonoma produttrice di cultura e arte lungo circa otto secoli, dai tempi dello splendore ellenico al periodo tardoantico quando divenne importante centro amministrativo e fucina di idee e forme di cultura che l'Impero Romano diffuse poi fino al Reno e al Danubio.
Anche attraverso gli splendidi versi di Mimmo Cavallaro nella canzone “Ciano”, Locri rivive ed offre agli occhi appassionati lo splendore di un tempo, quando il promontorio lungo la costa ionica divenne una colonia dell' Ellade, e prosperò al punto di poter ben presto vantare una propria produzione culturale indipendente, e spesso superiore, rispetto a quella della madrepatria.
Santuari, templi monumentali di ordine dorico e ionico, offerte votive, pinakes, e poi mura, strade, terme, un teatro che ha fatto da sfondo suggestivo alle composizioni musicali ricche della passione e del calore della cultura popolare della Locride. Tutto questo è oggi Locri, città simile ad una donna dal volto bellissimo, orgogliosa del suo passato colto ed aristocratico, generosa ed appassionata ma ferita nell'animo dalla nefasta presenza di un tumore difficile da estirpare.
La Storia fa parte del suo passato; le emozioni fanno parte del suo presente. Vivere la cultura locridea significa immergersi in una sintonia unica di elementi culturali, di suoni, di sapori, di profumi e colori.
Una rassegna, una manifestazione religiosa, un festival fanno rivivere intensamente un frammento di storia di questa terra. La musica rinnova la tradizione, esalta le notti, rende ebbri coloro che danzano come le onde del mare al ritmo di tamburi e lira.
Le voci del presente rievocano le antiche voci di un passato glorioso, fatto di episodi eroici, di un popolo guerriero e colonizzatore che dal mare salì sulle alture, e, lontano dalla patria, costruì, pietra su pietra, una civiltà viva e presente oggi più che mai nella memoria collettiva.
E su quelle pietre antiche, da sfiorare con passione, da amare con devozione, la musica del sud rivive con rinnovato slancio e accende nell'animo la passione e l'ebbrezza.
Il tempio di Marasà, probabilmente dedicato alla dea dell'amore Afrodite, in stile ionico, ogni estate ospita la Rassegna Teatrale della Magna Grecia e con la sua atmosfera arcaica e suggestiva fa da sfondo alle splendide musicalità di Cavallaro, cantautore e interprete d'eccezione della musica popolare. I suoi versi richiamano alla mente la figura di un capo, un re che, seduto su un'altura, guarda, certo con emozione e nostalgia, il mare Jonio che si stende ai suoi piedi, quello stesso mare che vide Ulisse sfuggire ai due mostri che lo abitavano, per poi estasiarsi al canto delle Sirene.
E le Sirene nella Locride cantano ancora il loro canto ancestrale e fatato...
Delicious |
Digg |
Facebook |
Furl |
Google |
Magnoliacom |
Newsvine |
OK Notizie |
Reddit |
Segnalo Alice |
Technorati |
Yahoo








@ giusapone.! Complimenti per l’articolo.! Un’attenta analisi storica, sociologica, culturale, di una Cittadina millenaria che ha radici in quel Popolo Greco dal quale tutti i Calabresi discendiamo.! Con pregi e difetti.!
In passato ho avuto alcuni amici della Locride, Poeti dialettali di spicco, tra i quali ricordo Salvatore Filocamo e Micu Pelle, autori di pregiate raccolte di Poesie dialettali.!
Oggi sovrastano l’Olimpo della Civiltà i “Ragazzi di Locri” che, dopo il delitto Fortugno, hanno avuto il coraggio di alzare la voce e gridare a tutto spiano.: “Della ndhranghjta non sappiamo che farcene.!” – Non lasciamoli soli.!
NB – T’ho scritto altrove che Mimmo Cavallaro è concittadino e carissimo amico di mio nipote arch. Mimmo M..!
Ciao, ciao.!
bry,grazie, è sempre un piacere leggere i tuoi commenti.Quelle sono solo le mie impressioni,forti,intense, che ho vissuto lì nei tre giorni del mio weekend. Ho incontrato un'atmosfera bellissima e gente aperta e meravigliosamente accogliente.E poi quelle pietre...
@ giusapone.! La Pietra è il simbolo dell’eternità, dell’incorruttibilità, della monoliticità.! Se non fossero di Pietra, quasi tutte le Opere del passato non sarabbero arrivate a noi così come sono state concepite dagli Artisti dell’epoca.! “Le ossa della Grande Madre” (la Terra) le definisce Ovidio nel racconto di Deucalione e Pirra.! Conservarle, per quanto possibile, è indice di Cultura e di Amore verso la propria Terraa e i propri Avi che hanno avuto la sensibilità di voler tramandare ai posteri il loro modo di essere.!
Sono convinto che metà delle pietre storiche (intagliate) esistenti sul suolo italiano si trovino a Roma, ma sarebbe bello che ogni aggregazione umana (famiglia, rione, cittadina, città) ne avesse una buona quantità, sotto qualunque forma, per perpetuare la memoria che spesso si perde per incuria, vandalismo e ignoranza.!
Ciao, ciao.!
a me paicciono un sacco, e ogni volta che le posso toccare penso agli uomini che l'hanno scolpita e poi depositata lì dove si trova..,.alla loro vita e al loro sapere e sentire.Sai quante volte,attraversando lo Stretto,non ho pensato che all'Odissea e ad Ulisse che "vincer non potè entro di "sè" l'ardore/ di divenir del mondo esperto, e delli vizi umani e del valore"...
Vorrei tanto andare ad Agrigento a vedere i Templi,lì sono sicura che mi commuoverei!
@ giusapone.! Parafrasando la celebre battuta del grande Totò.: “Più conosco gli uomini, più amo le bestie”, si potrebbe dire.: “Più conosco gli uomini, più amo le pietre”, sicuri di non sbagliarsi.!
Dalle Piramidi d’Egitto, ai Templi di Agrigento (che non ha visto e che ti auguro tu possa vedere presto), ai Templi di Paestum (che ho visto, mezzo secolo fa), al Castello di Sant’Aniceto (ruderi di Motta San Giovanni, che ho visto alcuni anni fa), alle enormi lastre con cui sono lastricate le strade della Valle dell’Ossola, ai marciapiedi della strada principale della mia Città, all’enorme masso, in equilibrio, lungo la stradina che porta al Santuario di San Francesco di Paola, ai “bolognini”, un tempo costituenti due striscie in mezzo la strada del mio Rione (dei quali ho recuperato una decina di elementi che ho impiantato, per memoria, in mia dimora), ad alcuni reperti in “pietra siracusa” recuperati da una casa diroccata dal terremoto del 1908, ad un piccolo bassorilevo della mia testa che ho scolpito, sempre su “pietra siracusa” quand’ero giovane… non c’è Pietra tra esse che non sia degna del massimo rispetto.!
Ciao, ciao.!